L’azienda organizza una giornata dedicata al benessere.
Si parla di equilibrio.
Di prevenzione dello stress.
Di importanza del riposo.
Di attenzione alla persona.
Qualche giorno dopo, un dipendente lascia l’ufficio puntualmente all’orario previsto.
Un collega rimane.
Un altro continua a rispondere alle email durante la serata.
Quando arriva il momento di parlare di disponibilità, affidabilità o coinvolgimento, chi viene ricordato?
È qui che può nascere una contraddizione.
Perché un’organizzazione può parlare molto di benessere e, contemporaneamente, continuare a premiare comportamenti che raccontano qualcosa di completamente diverso.
E quando ciò che viene detto e ciò che viene valorizzato non coincidono, le persone imparano rapidamente quale dei due messaggi ascoltare.
Quasi sempre quello che produce conseguenze concrete.
Il benessere non è ciò che l’azienda dichiara
Negli ultimi anni il tema del wellbeing è diventato sempre più presente nella comunicazione aziendale.
Programmi dedicati.
Iniziative interne.
Supporto psicologico.
Flessibilità.
Attività legate alla salute e all’equilibrio tra lavoro e vita personale.
Sono strumenti che possono avere un valore reale.
Il problema nasce quando rimangono separati dal modo in cui l’organizzazione funziona ogni giorno.
Un corso sulla gestione dello stress difficilmente può compensare carichi di lavoro costantemente irrealistici.
Un’iniziativa sul work-life balance perde credibilità se chi non risponde fuori orario viene considerato meno disponibile.
Una giornata dedicata al benessere può avere poco significato se le persone non sentono di poter dire di essere in difficoltà.
Il benessere organizzativo, quindi, non dipende soltanto dalle iniziative che vengono introdotte.
Dipende soprattutto da quali comportamenti vengono realmente premiati, tollerati o scoraggiati.
Le persone osservano ciò che succede agli altri
In ogni organizzazione esistono regole scritte.
E poi esistono regole che nessuno ha mai scritto.
Non è obbligatorio rispondere la sera.
Ma tutti lo fanno.
Non è richiesto restare oltre l’orario.
Ma chi lo fa viene considerato particolarmente coinvolto.
È possibile prendersi una pausa.
Ma nessuno vuole essere il primo a farlo.
Formalmente, quindi, l’azienda può sostenere un certo comportamento.
Culturalmente può premiarne un altro.
Ed è la cultura, molto spesso, a determinare ciò che le persone sentono davvero di poter fare.
Se vediamo che chi mette un limite viene considerato poco disponibile, impariamo che quel limite ha un costo.
Se vediamo che chi lavora durante le ferie viene elogiato, impariamo che la reperibilità è un valore.
Se osserviamo che un manager invia messaggi a qualsiasi ora, anche senza pretendere esplicitamente una risposta, può comunque creare un’aspettativa.
Il comportamento delle persone con maggiore responsabilità diventa spesso più potente di qualsiasi comunicazione interna.
Quando il benessere diventa responsabilità del singolo
C’è poi un’altra dinamica particolarmente delicata.
A volte il discorso sul benessere rischia di spostare completamente la responsabilità sulla persona.
Gestisci meglio il tempo.
Impara a dire di no.
Prenditi delle pause.
Fai attività fisica.
Impara a gestire lo stress.
Sono tutti suggerimenti che possono essere utili.
Ma se il problema nasce da carichi di lavoro eccessivi, obiettivi poco realistici o una cultura che premia la disponibilità continua, chiedere al singolo di “gestire meglio lo stress” può diventare paradossale.
Perché non tutto ciò che riguarda il benessere può essere risolto individualmente.
Una persona può imparare ad organizzarsi meglio.
Ma non può eliminare da sola un carico di lavoro strutturalmente eccessivo.
Può imparare a stabilire dei confini.
Ma se quei confini vengono penalizzati, il problema non è più soltanto personale.
Ed è qui che il wellbeing rischia di diventare una forma di comunicazione rassicurante che evita di affrontare questioni organizzative più profonde.
Un valore esiste quando costa qualcosa
Dire di credere nel benessere è relativamente semplice quando non comporta conseguenze.
La questione diventa più interessante quando entra in conflitto con altre priorità.
Un progetto è in ritardo.
Un cliente chiede una risposta immediata.
Una persona ha già un carico di lavoro molto elevato.
Un manager deve scegliere se proteggere il team o chiedere un ulteriore sforzo.
È in questi momenti che i valori diventano visibili.
Perché un valore è reale soprattutto quando rispettarlo richiede una scelta.
Se il benessere viene tutelato soltanto quando non interferisce con tempi, risultati o produttività, probabilmente non è ancora un vero criterio decisionale.
È un principio desiderabile.
Ma non necessariamente un principio operativo.
Questo non significa che un’azienda debba evitare ogni periodo di pressione.
Esistono momenti in cui è necessario fare uno sforzo maggiore.
Il problema nasce quando l’eccezione diventa la normalità e continua comunque ad essere raccontata come equilibrio.
L’HR non può occuparsi del benessere da solo
Il tema viene spesso affidato alla funzione HR.
Ed è comprensibile.
Ma il benessere organizzativo non può dipendere esclusivamente da chi si occupa di persone.
Un programma HR può essere molto ben costruito.
Ma se i manager continuano a premiare disponibilità illimitata, se gli obiettivi rimangono irrealistici o se alcune dinamiche vengono tollerate, l’impatto sarà inevitabilmente limitato.
Il benessere non è un progetto parallelo al lavoro.
È anche il modo in cui il lavoro viene organizzato.
Riguarda priorità.
Carichi.
Responsabilità.
Tempi.
Leadership.
Aspettative.
E soprattutto la possibilità di parlare di una difficoltà senza temere che venga interpretata come mancanza di motivazione.
Per questo probabilmente non dovremmo chiederci soltanto quante iniziative di wellbeing possieda un’azienda.
Dovremmo osservare cosa succede nella quotidianità.
Cosa accade quando qualcuno dice di non riuscire a sostenere un carico?
Quando una persona mette un limite?
Quando chiede flessibilità?
Quando decide di non rispondere fuori dall’orario di lavoro?
È lì che possiamo capire quanto un valore sia realmente presente.
Perché il benessere non diventa parte della cultura quando appare in una presentazione.
Diventa parte della cultura quando le persone possono comportarsi in modo coerente con quel valore senza sentirsi penalizzate.
E forse la domanda più utile non è:
“Quanto investiamo nel benessere?”
Ma:
“Quali comportamenti continuiamo a premiare mentre diciamo alle persone di prendersi cura di sé?”