A diciassette anni possiamo trovarci davanti ad una domanda importante:
“Cosa vuoi fare dopo?”
Continuare a studiare?
In quale ambito?
Iniziare a lavorare?
Quale professione?
Sono decisioni che possono influenzare diversi anni del nostro percorso.
Eppure, in molti casi, dobbiamo prenderle avendo avuto pochissimi contatti reali con il mondo del lavoro.
Conosciamo alcune professioni attraverso la famiglia.
Altre attraverso la scuola.
Altre ancora attraverso ciò che vediamo online.
Ma sapere che un mestiere esiste è diverso dal capire come viene realmente svolto.
È anche per questo che l’incontro tra scuola e lavoro può avere un valore che va molto oltre l’apprendimento di una singola attività.
Può diventare uno strumento di orientamento.
Vedere un lavoro cambia il modo in cui lo immaginiamo
Un’azienda è fatta di ruoli che spesso, dall’esterno, conosciamo poco.
Acquisti.
Qualità.
Produzione.
Amministrazione.
Marketing.
Ricerca e sviluppo.
Risorse umane.
Logistica.
Commerciale.
Per uno studente, entrare in un’organizzazione significa scoprire che dietro ad un prodotto o ad un servizio esiste una rete di professioni molto più ampia di quella che probabilmente immaginava.
E questa scoperta può essere importante anche quando non porta ad una scelta immediata.
Un ragazzo può capire che un’attività che sembrava interessante non lo è.
Può conoscere una professione della quale ignorava completamente l’esistenza.
Può osservare che le competenze apprese a scuola vengono utilizzate in modi differenti da quelli immaginati.
L’esperienza, quindi, non deve necessariamente confermare una vocazione.
Può anche metterla in discussione.
Ed è comunque orientamento.
L’obiettivo non dovrebbe essere soltanto “far fare qualcosa”
Quando uno studente entra in azienda, la tentazione può essere quella di individuare alcune attività semplici da affidargli.
È comprensibile.
Ha poco tempo.
Non conosce processi e strumenti.
Molte attività richiedono competenze specifiche.
Ma se l’esperienza viene ridotta esclusivamente all’esecuzione di compiti marginali, rischiamo di perdere una parte importante del suo valore.
Coinvolgere uno studente può significare anche spiegare.
Mostrare perché un processo funziona in un certo modo.
Fargli osservare più funzioni.
Permettergli di partecipare ad una riunione.
Raccontare quali percorsi hanno seguito le persone che lavorano nell’organizzazione.
Lasciargli spazio per fare domande.
Non si tratta soltanto di insegnare un mestiere in poche settimane.
Si tratta di mostrare come il lavoro è organizzato e quali competenze richiede realmente.
Anche scoprire cosa non piace è utile
Tendiamo a considerare positiva un’esperienza di orientamento quando lo studente conclude:
“È esattamente ciò che voglio fare.”
Ma una risposta opposta può avere lo stesso valore.
“Pensavo mi interessasse, invece non fa per me.”
Scoprirlo a diciassette anni attraverso alcune settimane di esperienza può essere molto utile.
Perché permette di modificare aspettative prima di investire anni in una direzione che avevamo soltanto immaginato.
L’orientamento non dovrebbe avere l’obiettivo di portare rapidamente ad una scelta.
Dovrebbe aumentare la qualità delle informazioni con cui quella scelta verrà presa.
E qualche volta capire che una strada non ci interessa è una delle informazioni migliori che possiamo ottenere.
Le aziende hanno una responsabilità educativa
Coinvolgere studenti richiede tempo.
Bisogna affiancarli.
Spiegare.
Organizzare attività.
Accettare che all’inizio facciano molte domande e producano relativamente poco.
Se l’esperienza viene valutata soltanto in termini di produttività immediata, probabilmente non sarà particolarmente conveniente.
Ma forse non è quello il punto.
L’azienda che accoglie uno studente sta partecipando, anche per un periodo breve, alla costruzione della sua rappresentazione del lavoro.
Il modo in cui verrà accolto.
Il rispetto che osserverà tra colleghi.
La possibilità di fare domande.
Il rapporto con il tutor.
Perfino il modo in cui vedrà gestire un errore.
Tutto contribuirà a creare un’immagine.
E questa è una responsabilità che vale la pena riconoscere.
Avvicinare scuola e lavoro significa ridurre una distanza
Le aziende lamentano spesso che i giovani conoscano poco il mondo professionale.
Gli studenti, dall’altra parte, possono percepire il lavoro come qualcosa di distante rispetto a ciò che imparano.
L’alternanza può diventare uno dei luoghi in cui questa distanza si riduce.
Ma perché accada deve essere considerata qualcosa di più di un adempimento.
Non serve necessariamente costruire esperienze perfette.
Serve dare loro un significato.
Spiegare allo studente perché è lì.
Cosa può osservare.
Cosa può chiedere.
Cosa dovrebbe provare ad imparare.
E chiedergli, alla fine, non soltanto:
“Ti è piaciuto?”
Ma:
“Cosa hai scoperto?”
“Cosa ti ha sorpreso?”
“Quali attività ti hanno interessato?”
“Cosa non vorresti fare?”
Perché coinvolgere gli studenti prima del loro ingresso definitivo nel mercato del lavoro significa offrire qualcosa che spesso manca quando dobbiamo scegliere:
un contatto con la realtà.
E forse, prima di chiedere ai ragazzi che professionisti vogliano diventare, dovremmo permettere loro di vedere un po’ più da vicino cosa significhi davvero lavorare.