“Cosa vuoi fare da grande?”
È una domanda che ci accompagna per anni.
Poi, ad un certo punto, cambia leggermente.
“Che lavoro vuoi fare?”
E improvvisamente la risposta sembra dover diventare concreta.
Finisce la scuola.
Finisce l’università.
Arriva il momento di inviare curriculum.
Bisogna scegliere un settore, un ruolo, un’azienda.
Per chi ha già un obiettivo preciso può essere relativamente semplice.
Per molti altri no.
E il rischio è vivere questa incertezza come un problema.
“Dovrei già sapere cosa voglio fare.”
Ma forse il primo approccio al lavoro non dovrebbe servire soltanto a trovare immediatamente la professione giusta.
Potrebbe servire anche a conoscersi attraverso l’esperienza.
Non conoscere un lavoro significa immaginarlo
Prima di iniziare a lavorare, molte professioni esistono per noi soprattutto attraverso descrizioni.
Un annuncio.
Una pagina universitaria.
Il racconto di qualcuno.
Un titolo professionale.
Possiamo pensare che il marketing sia creativo.
Che le risorse umane significhino lavorare con le persone.
Che la consulenza significhi affrontare problemi diversi.
Che un ruolo tecnico sia prevalentemente individuale.
Poi entriamo in un’organizzazione e scopriamo la quotidianità.
Riunioni.
Scadenze.
Procedure.
Attività ripetitive.
Responsabilità che non avevamo immaginato.
Relazioni.
È difficile sapere se un lavoro ci piace prima di averne sperimentato almeno una parte.
Per questo orientarsi significa anche ridurre la distanza tra ciò che immaginiamo e ciò che realmente accade.
Parlare con professionisti.
Fare esperienze.
Visitare aziende.
Partecipare a stage.
Fare domande.
Più informazioni concrete raccogliamo, meno la scelta dipende soltanto dall’idea che abbiamo costruito di un mestiere.
Il primo lavoro non deve decidere tutta la carriera
Un’altra pressione frequente riguarda la paura di scegliere male.
Se accetto questo lavoro, rimarrò bloccato in questo settore?
Se inizio in amministrazione potrò poi passare ad altro?
Se scelgo un’azienda piccola perderò opportunità?
Sono domande comprensibili.
Ma un percorso professionale raramente viene deciso da una singola scelta.
Il primo lavoro conta.
Ci insegna competenze, abitudini e modi di leggere il mondo professionale.
Ma non rappresenta necessariamente un’identità definitiva.
A volte serve proprio per capire ciò che non vogliamo.
Possiamo scoprire che ci piace lavorare con i clienti.
Che preferiamo attività analitiche.
Che abbiamo bisogno di autonomia.
Che la dimensione dell’azienda influenza molto il nostro benessere.
Sono informazioni difficili da ottenere soltanto attraverso l’introspezione.
E anche un’esperienza che non diventa “il lavoro della vita” può quindi avere un valore enorme se ci permette di conoscerci meglio.
All’inizio può essere più utile scegliere cosa imparare
Quando abbiamo poca esperienza, può essere difficile confrontare opportunità attraverso il ruolo in sé.
Una domanda utile potrebbe essere:
“Cosa avrò imparato tra un anno se accetto questo lavoro?”
Imparerò a relazionarmi con clienti?
A lavorare su progetti?
A utilizzare strumenti importanti nel settore?
A comprendere come funziona un’organizzazione?
Avrò qualcuno da cui imparare?
Riceverò feedback?
Mi verranno affidate responsabilità crescenti?
La prima fase della carriera può avere un valore particolarmente forte in termini di apprendimento.
Non significa accettare qualsiasi condizione pur di “fare esperienza”.
Significa considerare anche la qualità dell’esperienza che quell’opportunità può offrire.
Due lavori con lo stesso titolo possono insegnare cose completamente diverse.
L’orientamento non finisce quando troviamo lavoro
Pensiamo spesso all’orientamento come qualcosa che avviene prima.
Prima dell’università.
Prima di candidarsi.
Prima di scegliere.
Ma in realtà continua anche dopo.
Ogni esperienza ci fornisce nuove informazioni.
Scopriamo attività che ci interessano.
Competenze che vogliamo sviluppare.
Contesti che non fanno per noi.
Persone professionali nelle quali ci riconosciamo.
L’orientamento può quindi diventare un processo continuo.
Non serve avere una risposta definitiva alla domanda:
“Cosa voglio fare per tutta la vita?”
Può essere sufficiente sapere:
“Qual è il prossimo passo che mi permetterebbe di capire qualcosa in più?”
È una domanda meno definitiva.
Ma spesso molto più utile.
Il primo obiettivo può essere imparare a scegliere
All’inizio della carriera è normale guardare molto all’esterno.
Quali professioni sono richieste?
Quali aziende assumono?
Quali ruoli pagano meglio?
Sono informazioni importanti.
Ma prima o poi devono incontrare anche ciò che scopriamo su noi stessi.
Cosa mi interessa?
In quali attività imparo rapidamente?
Che tipo di ambiente mi aiuta a lavorare bene?
Quanto conta per me la stabilità?
Quanto la varietà?
Quanto il tempo?
Non dobbiamo avere risposte perfette.
Probabilmente cambieranno.
Il punto è iniziare a costruirle.
Perché orientarsi non significa prevedere con precisione tutta la propria carriera.
Significa sviluppare progressivamente criteri migliori per scegliere il passo successivo.
E forse, quando una persona entra per la prima volta nel mondo del lavoro, non dovremmo chiederle subito:
“Hai deciso cosa vuoi fare?”
Potremmo iniziare da una domanda diversa:
“Cosa vorresti avere imparato su di te e sul lavoro dopo la tua prima esperienza?”