Pluripotenzialità: arma a doppio taglio?

Una domanda che una persona pluripotenziale probabilmente si è sentita rivolgere più di una volta è  :

“Ma quindi, cosa vuoi fare veramente?”

Studiare una disciplina, lavorare in un altro ambito, appassionarsi ad un terzo e, dopo qualche anno, sentire il bisogno di cambiare ancora può essere difficile da spiegare senza incappare nell’incoerenza.

Soprattutto in un mondo del lavoro che ama le definizioni.

Ti definisci commerciale? Sei HR? Un tecnico? O Sei un manager?

E se fossi tutte queste cose, almeno in parte?

La pluripotenzialità può sembrare una grande risorsa (e spesso lo è).

Ma può diventare anche un’arma a doppio taglio.

Quando avere molti interessi diventa un problema

La persona pluripotenziale tende ad avere interessi diversi, curiosità e capacità che possono appartenere anche ad ambiti molto lontani tra loro. Tende ad imparare velocemente, si entusiasma davanti ad una nuova sfida e spesso non ha difficoltà ad affrontare un cambiamento, anzi: può essere proprio il cambiamento a darle energia.

Il problema arriva quando deve trasformare questa varietà in una direzione professionale.

Perché scegliere significa, inevitabilmente, rinunciare a qualcosa e per chi vede possibilità in molte direzioni, rinunciare può essere particolarmente difficile.

“Questa esperienza mi piace, ma forse potrei imparare molto di più altrove.”

Non è necessariamente mancanza di motivazione.

A volte è l’esatto contrario: troppa motivazione verso troppe cose contemporaneamente.

Il mercato del lavoro ama la specializzazione

Qui nasce una delle contraddizioni più interessanti.

Le aziende cercano sempre più persone capaci di adattarsi, imparare, collaborare tra funzioni diverse e affrontare problemi complessi.

Ma quando leggono un curriculum spesso cercano una storia lineare con un percorso coerente.

Ed ecco che una persona che ha maturato competenze in ambiti diversi può trovarsi davanti a una domanda difficile:

“Come racconto il mio percorso senza sembrare una persona che non ha mai trovato la propria strada?”

Il rischio è concreto.

La varietà che per la persona rappresenta un patrimonio può essere interpretata dall’azienda come dispersione. La capacità di cambiare può diventare, agli occhi di chi seleziona, instabilità e una lunga lista di competenze può non comunicare nessuna competenza distintiva.

Il problema non è avere troppe competenze

Forse il punto non è chiedersi se essere pluripotenziali sia un vantaggio o uno svantaggio.

La domanda più interessante è:

sappiamo dare un senso alle nostre esperienze?

Perché avere competenze diverse non significa necessariamente essere senza direzione.

Un professionista può aver lavorato nel commerciale, essersi occupato di formazione, aver sviluppato competenze digitali e, contemporaneamente, avere una forte capacità di relazione.

Prese singolarmente, queste esperienze possono sembrare scollegate ma potrebbero raccontare qualcosa di molto preciso.

La capacità di mettere in relazione mondi diversi.

Ed è proprio qui che la pluripotenzialità può diventare un valore, non quando si traduce in “so fare tante cose”, ma quando riesce a diventare:

“so collegare cose diverse per risolvere problemi che richiedono più punti di vista.”

Il rischio di ricominciare sempre da capo

C’è però un’altra faccia della medaglia.

Quando una nuova opportunità appare più interessante di quella attuale, cambiare può sembrare sempre la scelta migliore e così si rischia di accumulare esperienze senza arrivare mai a costruire una vera profondità.

È una trappola meno evidente di quanto sembri.

Perché imparare qualcosa di nuovo dà immediatamente una sensazione di crescita mentre diventare veramente bravi in qualcosa richiede tempo.

Richiede ripetizione. Richiede anche momenti di noia.

E soprattutto richiede di rimanere abbastanza a lungo nello stesso posto da superare la fase in cui tutto è nuovo e stimolante.

Anche le aziende devono imparare a leggerla

Il problema, però, non riguarda soltanto il candidato.

Anche chi seleziona deve imparare a leggere percorsi meno lineari.

Un curriculum con esperienze diverse non dovrebbe essere automaticamente considerato un curriculum “confuso”.

Bisognerebbe chiedersi:

cosa collega queste esperienze?

Quali competenze sono state trasferite da un contesto all’altro?

Cosa ha imparato questa persona attraversando ambienti differenti?

Quale problema sa affrontare meglio proprio perché ha visto situazioni diverse?

A volte il valore di un candidato non si trova nella singola esperienza, ma nella combinazione delle esperienze che ha fatto. Ed è una differenza importante.

Perché la selezione non dovrebbe limitarsi a cercare persone che hanno già fatto esattamente ciò che serve.

Dovrebbe anche saper riconoscere chi potrebbe portare un punto di vista diverso.

La vera sfida è trovare un filo conduttore

Essere pluripotenziali non significa necessariamente dover scegliere una sola identità professionale.

Ma significa, prima o poi, trovare un filo conduttore. Non necessariamente un ruolo. Non necessariamente un settore.

Quando quel filo emerge, le esperienze smettono di sembrare una serie di deviazioni e iniziano a raccontare una storia.

Ed è forse questo il passaggio più importante.

Perché non è detto che dobbiamo scegliere una sola cosa da fare per tutta la vita.

Ma dobbiamo essere capaci di spiegare perché abbiamo scelto quelle cose.

La pluripotenzialità può essere un’arma.

Può aprire porte, creare connessioni e permettere di vedere soluzioni che altri non vedono.

Ma, come ogni arma, dipende da come viene utilizzata.

Se diventa dispersione, ci allontana dalla specializzazione.

Se diventa curiosità senza continuità, ci impedisce di costruire profondità.

Se invece impariamo a darle una direzione, può diventare uno dei nostri più grandi punti di forza.

Forse, quindi, non dovremmo chiedere o chiederci:

“Ma quindi, cosa vuoi fare veramente?”

bensì:

“Cosa accomuna tutto quello che hai scelto di fare?”

Immagine di GSXecutive

GSXecutive

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