Nel nostro lavoro, diciamo spesso che il cliente ha sempre ragione. Ma cosa succede quando il cliente decide di ignorare tutti i segnali d’allarme pur di inseguire il “candidato perfetto sulla carta”? Questo caso parla proprio di quel sottile e difficile equilibrio tra il fornire una consulenza etica e il dover assecondare una scelta aziendale che va contro la nostra logica professionale.
Il fascino
La selezione sembrava procedere sui binari giusti. Tra i vari profili, ne spicca uno in particolare: carismatico, con un ottimo savoir-faire e una competenza tecnica allineata alle aspettative. L’azienda, pur restando disponibile a valutare altri profili, lo sceglie da subito. Il problema? Nei fatti, l’amore non era ricambiato.
Sin dai primi contatti, il candidato pur dicendosi interessato a parole, ha mostrato una reattività piuttosto scarsa: risposte tardive ai messaggi, disponibilità piuttosto limitate per i colloqui, dimenticanze nell’invio dei documenti. Segnali che, per noi recruiter, gridano una sola cosa: mancanza di motivazione.
La trasparenza
Essere un recruiter significa essere trasparenti, anche quando la verità è scomoda. Ho parlato chiaramente con i referenti aziendali:
“Capisco il fascino del profilo, ma attenzione: non è reattivo. C’è un altro candidato, forse meno carismatico, ma estremamente serio, motivato e pronto a partire. Scegliere il primo significa esporsi a un rischio altissimo di perdita di tempo.”
L’azienda, però, ha consapevolmente deciso di cogliere la sfida. Erano convinti di poterlo “accendere” e motivare una volta a bordo.
La controproposta
La fase finale ha confermato la complessità della situazione. Il candidato ha infatti esplicitato con estrema trasparenza che la sua priorità, una volta ricevuta l’offerta formale, sarebbe stata quella di confrontarsi con il suo attuale datore di lavoro, non escludendo la possibilità di valutare un rilancio economico per restare.
Anche di fronte a questa informazione, che delineava uno scenario di potenziale incertezza per l’azienda, i referenti hanno preferito proseguire. In questo contesto, la mia funzione si è trasformata: da selezionatore a osservatore di una trattativa in cui le intenzioni delle parti non erano del tutto allineate.
L’attesa
Com’è finita? Al momento, la situazione è in una fase di attesa. Sono passate due settimane dalla presentazione dell’offerta; il candidato ha richiesto diversi rinvii oltre la data massima di validità per poter effettuare il passaggio interno con la sua attuale azienda.
Per un recruiter, questa è la fase più delicata. Seguire le indicazioni del cliente quando queste contrastano con il proprio parere professionale richiede equilibrio e rispetto per l’autonomia decisionale dell’azienda. Il cliente paga per la consulenza, ma ha il diritto finale di scegliere quale rischio correre.
Questo caso evidenzia come il nostro ruolo non sia solo quello di trovare “la persona giusta”, ma anche quello di sottolineare i rischi con onestà. Anche quando i nostri consigli non vengono seguiti, resta fondamentale aver fornito al cliente tutti gli strumenti per decidere con consapevolezza, accettando che, a volte, la lezione più grande derivi proprio dall’esperienza diretta di queste dinamiche.


