Quando il turnover viene considerato un problema delle persone?

Una persona lascia l’azienda.

Aveva ricevuto un’offerta economicamente migliore.

Qualche mese dopo se ne va un’altra.

Cercava maggiori possibilità di crescita.

Poi un’altra ancora.

Non si trovava bene con il proprio responsabile.

Ogni uscita ha una spiegazione.

Ed è normale che sia così.

Le persone cambiano lavoro per ragioni differenti: retribuzione, carriera, distanza, esigenze personali, desiderio di cambiare settore o semplicemente perché incontrano un’opportunità che considerano migliore.

Ma quando le dimissioni iniziano a ripetersi nello stesso team, nella stessa funzione o intorno alle stesse dinamiche, continuare a leggerle come singoli episodi può diventare limitante.

Perché forse non stiamo più osservando soltanto delle decisioni individuali.

Stiamo osservando un segnale organizzativo.

Ogni dimissione può avere una spiegazione diversa

Quando una persona decide di andare via è naturale cercare una causa.

“È una questione economica.”

“Non voleva più fare questo lavoro.”

“Cercava un’azienda più grande.”

“Non era soddisfatta.”

Tutte spiegazioni possibili.

E spesso corrette.

Il rischio nasce quando ogni causa viene considerata completamente indipendente dal contesto nel quale quella decisione è maturata.

Una persona può effettivamente accettare uno stipendio più alto altrove.

Ma perché stava ascoltando altre offerte?

Può voler crescere professionalmente.

Ma aveva percepito possibilità di crescita all’interno dell’organizzazione?

Può avere avuto un rapporto difficile con il proprio manager.

Ma è un problema isolato o altre persone stanno vivendo la stessa situazione?

La causa immediata di una dimissione e le condizioni che l’hanno resa possibile non sono necessariamente la stessa cosa.

Ed è proprio questa differenza che può essere utile approfondire.

Quando l’eccezione comincia a diventare uno schema

Una singola uscita racconta relativamente poco.

Cinque uscite simili possono iniziare a raccontare qualcosa.

Se le persone lasciano sempre lo stesso reparto, forse vale la pena osservarne la gestione.

Se i neoassunti abbandonano frequentemente l’azienda dopo pochi mesi, può essere utile analizzare ciò che accade tra selezione, onboarding e realtà quotidiana.

Se molti professionisti indicano la stessa difficoltà, liquidarla ogni volta come una preferenza personale rischia di diventare un modo per non affrontarla.

Questo non significa automaticamente che l’organizzazione stia sbagliando.

Alcuni contesti sono semplicemente più compatibili con certe persone che con altre.

Un’azienda può richiedere ritmi elevati, forte autonomia o un determinato stile di lavoro.

Non deve necessariamente cambiare.

Ma dovrebbe almeno essere consapevole delle conseguenze delle proprie scelte.

Perché c’è una differenza tra dire:

“Le persone non sono adatte a noi.”

e chiedersi:

“Che tipo di persone riescono davvero a stare bene e funzionare in questo contesto?”

La seconda domanda permette di comprendere qualcosa.

La prima rischia soltanto di chiudere il problema.

L’exit interview serve soltanto se siamo pronti a sentire la risposta

Molte aziende utilizzano colloqui di uscita per comprendere le ragioni delle dimissioni.

È uno strumento potenzialmente molto utile.

Ma presenta un limite evidente: la qualità delle informazioni dipende anche da quanto la persona si senta libera di parlare.

Non tutti vogliono spiegare realmente perché se ne vanno.

Qualcuno preferisce mantenere buoni rapporti.

Qualcuno teme che una critica possa ritorcersi contro di lui.

Qualcun altro vuole semplicemente chiudere quel capitolo.

Per questo una risposta come “ho ricevuto un’opportunità migliore” può essere vera e, contemporaneamente, non raccontare tutto.

Può essere utile osservare non soltanto cosa dice una singola persona, ma quali elementi ritornano nel tempo.

Rapporto con i manager.

Carichi di lavoro.

Retribuzioni.

Crescita.

Organizzazione.

Chiarezza dei ruoli.

Qualità dell’onboarding.

Se determinati temi compaiono continuamente, forse vale la pena smettere di considerarli coincidenze.

Trattenere una persona non significa necessariamente risolvere il problema

Quando un professionista considerato importante comunica le proprie dimissioni, la reazione può essere cercare di trattenerlo.

Una revisione economica.

Una promozione.

Maggiore flessibilità.

Nuove responsabilità.

In alcuni casi funziona.

Ma c’è una domanda che potrebbe essere ancora più utile:

perché queste condizioni sono diventate disponibili soltanto quando la persona ha deciso di andare via?

Se il problema era economico, perché non era stato affrontato prima?

Se cercava maggiori responsabilità, ne aveva già parlato?

Se aveva difficoltà con il manager, qualcuno lo sapeva?

La controfferta interviene sul momento della dimissione.

Non necessariamente sulla causa che ha portato a quella decisione.

E se la causa rimane, il rischio è semplicemente rimandare il problema.

Il turnover non è sempre qualcosa da ridurre

Non tutte le dimissioni sono negative.

Le organizzazioni cambiano.

Le persone cambiano.

È naturale che alcuni percorsi, prima o poi, si separino.

L’obiettivo non dovrebbe essere trattenere tutti ad ogni costo.

Anzi, un’organizzazione nella quale nessuno se ne va mai non è necessariamente un’organizzazione sana.

Il punto è capire cosa possiamo imparare dalle uscite.

Se una persona lascia l’azienda per un progetto completamente diverso, forse non c’era nulla da fare.

Se dieci persone lasciano lo stesso responsabile, forse qualcosa da osservare c’è.

Se molti dipendenti indicano l’assenza di crescita, forse il problema non è la loro ambizione.

Se i nuovi ingressi scoprono sistematicamente un lavoro diverso da quello raccontato durante la selezione, forse non abbiamo un problema di retention.

Abbiamo un problema di aspettative.

Il turnover diventa quindi interessante non soltanto come numero.

Ma come informazione.

Perché dietro ogni uscita esiste certamente una scelta individuale.

Ma quando molte scelte individuali iniziano ad assomigliarsi, forse stanno raccontando qualcosa che riguarda tutti.

E a quel punto la domanda più utile non è soltanto:

“Perché questa persona se ne è andata?”

Ma:

“Cosa continua a succedere nella nostra organizzazione prima che qualcuno decida di farlo?”

Immagine di GSXecutive

GSXecutive

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