Fare recruiting in settori tecnici, oggi significa convivere con un paradosso sempre più evidente: i profili qualificati esistono, ma spesso sono irraggiungibili. Non perché siano nascosti o difficili da individuare, ma perché semplicemente non rispondono.
Nelle ultime settimane mi sono trovata a gestire una ricerca particolarmente complessa per un cliente con richieste molto specifiche. L’obiettivo è trovare professionisti con competenze tecniche molto approfondite, ma con non più di cinque anni di esperienza. Una richiesta dettata principalmente da esigenze di budget. Comprensibile dal punto di vista aziendale, ma decisamente più difficile da tradurre nella realtà del mercato.
Ed è qui che emerge una delle grandi contraddizioni del recruiting moderno. Le aziende cercano figure sempre più verticali e specializzate, capaci di essere operative quasi da subito, ma allo stesso tempo vogliono mantenere parametri economici compatibili con profili ancora relativamente junior. Il risultato è una ricerca estremamente selettiva, dove il margine di errore si riduce al minimo.
La parte interessante è che il problema non è stato trovare candidati in linea. Le piattaforme specializzate sono piene di professionisti preparati, con percorsi coerenti e competenze perfettamente compatibili con la posizione aperta. Il vero ostacolo arriva subito dopo: ottenere una risposta.
Da quando sto seguendo questa ricerca ho inviato una grande quantità di messaggi a profili accuratamente selezionati, personalizzando il più possibile l’approccio e cercando di creare un contatto diretto e concreto. Il risultato, però, è stato disarmante: nessuna risposta, nessuna curiosità verso la proposta, nessuna disponibilità anche solo per una breve call conoscitiva. Spesso nemmeno un semplice “non sono interessato”.
Ed è probabilmente questa la parte più frustrante del recruiting moderno. Non tanto la difficoltà della ricerca in sé, perché chi lavora nel recruiting sa che alcune posizioni richiedono tempo e pazienza, ma la sensazione di parlare nel vuoto. Dietro ogni messaggio inviato ci sono ore di analisi, selezione, studio del profilo e costruzione di un contatto che possa essere realmente rilevante per il candidato. Quando tutto questo si scontra con un silenzio costante, il lavoro diventa inevitabilmente più complesso.
Per me questa esperienza sta avendo un impatto ancora più forte perché sto vivendo il recruiting “dall’interno2 per la prima volta, durante il mio percorso di tirocinio. Prima di iniziare avevo interiorizzato, forse anche per sentito dire, l’idea che non ci fosse lavoro, che le opportunità fossero poche e che il problema principale fosse la mancanza di domanda. Entrando concretamente in questo mondo, però, mi sto rendendo conto che la realtà è diversa.
Le ricerche aperte esistono, le aziende stanno cercando persone alcuni profili sono estremamente richiesti. E allora la domanda viene quasi spontanea: cosa non funziona?
Non credo esista una risposta unica. Non si tratta di colpevolizzare chi non risponde a un messaggio o a una proposta di lavoro. Anzi, dietro a quel silenzio probabilmente ci sono diverse motivazioni: saturazione di richieste, disinteresse, mancanza di tempo, priorità differenti.
C’è anche da considerare che oggi i candidati con profili tecnici più qualificati ricevono continuamente opportunità. Sono abituati ad essere contattati, spesso anche più volte alla settimana e questo rende molto più difficile catturare la loro attenzione. Non basta più avere una buona posizione aperta o un’azienda interessante. Serve che la nostra proposta sia realmente distintiva, credibile e in grado di comunicare valore fin dal primo messaggio.
Alla fine, questa ricerca mi sta ricordando quanto il recruiting non sia soltanto una questione di matching tra competenze e job description. È un equilibrio delicato tra aspettative aziendali, dinamiche di mercato e motivazioni personali dei candidati. Ed è proprio in quell’equilibrio che si nasconde la vera difficoltà del nostro lavoro.


