«Papà, ma tu sai fare tutto?»
«No.»
«E allora come fai?»
«Continuo a fare domande.»
Da bambini una risposta del genere ci sembra del tutto normale. Crescendo, invece, iniziamo a pensare che diventare competenti significhi avere sempre meno dubbi.
Poi entriamo nel mondo del lavoro e scopriamo che non è così. I dubbi non scompaiono cambia soltanto il modo in cui li gestiamo. Alcuni li esprimiamo senza problemi, altri li teniamo per noi, anche quando una semplice domanda ci aiuterebbe a capire meglio una situazione o a evitare un errore.
Quando una domanda smette di riguardare il dubbio
Probabilmente vi è già successo. Durante una riunione viene presentata una nuova procedura e c’è un passaggio che non è del tutto chiaro. State quasi per chiedere un chiarimento, poi compare un pensiero che con la procedura ha poco a che fare: “Forse questa cosa avrei già dovuto saperla.”
Da quel momento la domanda cambia significato. Non riguarda più l’informazione che vi manca, ma l’idea che gli altri potrebbero farsi di voi. Così iniziate a valutare non tanto l’utilità della domanda, quanto il rischio di sembrare poco preparati.
Alla fine scegliete di aspettare. Magari cercherete la risposta da soli, magari spererete che qualcuno faccia la stessa domanda al posto vostro. Nell’immediato il silenzio sembra la scelta più sicura.
Il giudizio che ci spaventa
Al lavoro non portiamo soltanto competenze. Portiamo anche il desiderio, del tutto umano, di essere considerati preparati, affidabili e all’altezza del ruolo. Per questo una domanda può assumere un significato che va ben oltre il suo contenuto.
C’è però un dettaglio che spesso trascuriamo. Il giudizio che ci spaventa, nella maggior parte dei casi, non arriva dagli altri: lo costruiamo noi, ancora prima di aprire bocca. Mentre immaginiamo cosa potrebbero pensare, gli altri sono spesso concentrati sulla riunione, sui propri dubbi o semplicemente su ciò che devono fare dopo.
Nasce così un paradosso. Per paura di sembrare meno competenti, rinunciamo proprio allo strumento che ci permette di diventarlo.
La paura di sembrare incompetenti ci porta, a volte, a comportarci nel modo meno competente possibile.
Vale davvero la pena restare in silenzio?
Forse non si tratta di convincersi a fare più domande. Si tratta, prima ancora, di smettere di viverle come una prova d’esame.
Ogni volta che tratteniamo un dubbio possiamo provare a chiederci quale rischio stiamo davvero evitando. Quello di essere giudicati oppure quello, molto più concreto, di prendere una decisione con informazioni incomplete?
Anche chi coordina un gruppo può fare molto. Il modo in cui accoglie una domanda comunica più della risposta che offre. Se un dubbio viene ascoltato con rispetto, le persone imparano che chiedere è parte del lavoro. Se viene accolto con ironia o impazienza, imparano rapidamente che è meglio tacere.
Continuare a fare domande
Ripensando a quel dialogo iniziale, la risposta del padre assume un significato diverso.
Non dice di sapere tutto, dice semplicemente che continua a fare domande.
Forse è proprio questa una delle forme più mature della competenza. Non l’assenza di dubbi, ma la disponibilità a riconoscerli senza viverli come una minaccia. Perché il silenzio può proteggere l’immagine della competenza, ma raramente la competenza stessa.


