Quando ho iniziato il tirocinio previsto dal mio percorso di laurea magistrale in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni, sapevo che mi aspettavano 750 ore.
Quello che non avevo ancora compreso fino in fondo era quanto sarebbe stato complesso incastrarle nella mia vita quotidiana.
Avevo a disposizione 150 ore di permesso per il diritto allo studio. Le altre 600 avrei dovuto organizzarle da sola, cercando di tenere insieme il lavoro, il tirocinio, gli esami, gli spostamenti e, per quanto possibile, anche la vita personale.
In alcuni periodi, sommando lavoro e tirocinio, sono arrivata a sfiorare le 50 ore settimanali. E a quelle ore si aggiungevano lo studio individuale e la preparazione degli esami.
Per riuscire a portare avanti tutto ho utilizzato molte ferie accumulate negli anni. In alcuni momenti ho dovuto anche fare straordinari, così da recuperare giornate e non lasciare indietro nessuno dei miei impegni.
Non racconto tutto questo per esaltare il sacrificio,
anzi, credo sia importante evitare di trasformare la fatica in qualcosa di necessariamente positivo o inevitabile.
Lo racconto perché questa esperienza può assomigliare a quella di molti studenti lavoratori: persone motivate, determinate, ma spesso costrette a trovare da sole il modo di far convivere mondi che hanno tempi, regole e richieste molto diverse.
Durante questi mesi, molti concetti studiati all’università hanno smesso di essere soltanto teoria.
Il carico di lavoro, il recupero delle energie, la motivazione, il supporto organizzativo e la difficoltà di conciliare più ruoli sono diventati parte concreta delle mie giornate.
Ho capito ancora meglio che la motivazione è importante, ma non può fare tutto. Può aiutarti ad andare avanti nei momenti più difficili, ma non elimina la stanchezza e non sostituisce il bisogno di condizioni sostenibili.
Ed è proprio qui che le organizzazioni possono fare la differenza.
Sostenere chi sceglie di continuare a formarsi non significa rendere tutto semplice o eliminare ogni ostacolo. Può significare, però, offrire maggiore flessibilità, prestare attenzione ai carichi di lavoro, programmare meglio le attività e riconoscere il valore delle competenze che una persona sta costruendo.
La formazione continua, infatti, non arricchisce soltanto chi la intraprende.
Può portare nuovi punti di vista, maggiore consapevolezza e strumenti diversi anche all’interno dei contesti professionali.
Il mio percorso in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni mi ha aiutata a guardare il lavoro con occhi diversi.
Mi ha permesso di comprendere meglio il rapporto tra richieste lavorative, risorse personali, motivazione e benessere. Mi ha insegnato a osservare non soltanto ciò che un’organizzazione fa, ma anche come le persone vivono al suo interno.
In questo senso, il tirocinio ha rappresentato molto più di un obbligo curricolare.
È stato uno spazio concreto di apprendimento, confronto e crescita. Un’occasione per collegare ciò che avevo studiato alle esperienze reali e per comprendere meglio il contributo che la Psicologia del Lavoro può offrire nei contesti organizzativi.
Per questo desidero ringraziare il team che mi ha accolta e accompagnata durante il percorso.
Ho incontrato professionisti disponibili al confronto, capaci di trasformare le ore previste dal piano di studi in vere occasioni di apprendimento.
Il supporto ricevuto non ha cancellato la fatica di conciliare lavoro e studio, ma ha dato senso allo sforzo necessario per affrontarla.
Oggi, guardando indietro, non penso soltanto alle ferie utilizzate, agli straordinari o alle giornate più pesanti. Penso alle competenze sviluppate, alle persone incontrate e alla maggiore consapevolezza con cui oggi guardo il lavoro e le organizzazioni. Le 750 ore di tirocinio sono state molto più di un requisito universitario.
Sono state un’esperienza che mi ha ricordato quanto la formazione, quando viene riconosciuta, accompagnata e valorizzata, possa generare valore non soltanto per chi la sceglie, ma anche per i gruppi e per le organizzazioni in cui quelle competenze trovano spazio.


