Perché ci sentiamo in colpa quando ci divertiamo mentre abbiamo un obiettivo da raggiungere?

Quando il sacrificio diventa una prova di impegno

Capita spesso di incontrare persone che stanno preparando un concorso, un esame importante o un obiettivo professionale particolarmente impegnativo.

Studiano diverse ore al giorno, rispettano il programma, rinunciano a molte distrazioni e fanno concretamente ciò che è necessario per prepararsi.

Eppure, una volta terminato lo studio, qualcosa non cambia.

La giornata continua a essere vissuta come se fosse ancora interamente dedicata all’obiettivo.

Uscire con gli amici, andare a cena, fare una passeggiata o semplicemente concedersi qualche ora piacevole può generare una sensazione di colpa.

Non necessariamente perché quella persona avrebbe davvero studiato in quel tempo.

Potrebbe anche trascorrere la serata sul divano, utilizzare il telefono o non fare nulla di particolarmente produttivo. Eppure uscire sembra diverso.

Perché divertirsi rende evidente che, in quel momento, si sta scegliendo consapevolmente qualcosa che non riguarda l’obiettivo.

Ed è proprio qui che può nascere un pensiero molto insidioso:

“E se poi non passo? Penserò che avrei potuto utilizzare quelle ore per studiare.”

Il sacrificio smette quindi di essere soltanto uno strumento per raggiungere un risultato e diventa una sorta di prova personale.

Più rinuncio, più posso dire a me stesso di aver fatto davvero tutto il possibile.

Quando non vivere sembra proteggerci dal rimpianto

Dietro questa dinamica non c’è necessariamente una mancanza di organizzazione.

Spesso accade esattamente il contrario.

La persona ha studiato cinque ore, ha rispettato il proprio programma e sa razionalmente di aver lavorato abbastanza per quella giornata.

Il problema è ciò che potrebbe accadere dopo.

Un concorso, infatti, contiene sempre una parte di incertezza. Possiamo prepararci molto bene, ma non possiamo avere la garanzia assoluta del risultato.

Ed è proprio questa impossibilità di controllare completamente l’esito che può rendere il sacrificio rassicurante.

Se rinuncio a tutto, almeno potrò pensare: “Non avrei potuto fare di più”.

Se invece mi concedo una serata piacevole e poi il risultato non arriva, quella serata rischia di diventare, nella mia mente, il colpevole perfetto.

Non importa che due ore in più di studio probabilmente non avrebbero cambiato l’esito.

Quando siamo delusi, abbiamo bisogno di trovare una spiegazione. E ciò a cui abbiamo rinunciato poco diventa facilmente ciò a cui attribuire la responsabilità.

Così nasce una specie di patto implicito con sé stessi: fino a quando non avrò raggiunto l’obiettivo, non mi concederò davvero di stare bene.

Il problema è che alcuni percorsi durano mesi, a volte anni.

E mettere la vita completamente in pausa significa trasformare ogni giornata in un’attesa.

Si studia, si lavora, ci si prepara. Ma tutto ciò che non serve direttamente al risultato viene percepito come superfluo, se non addirittura pericoloso.

Il rischio è arrivare all’appuntamento importante stanchi, irritabili e con la sensazione che da quel risultato dipenda molto più di quanto dovrebbe.

Perché nel frattempo non abbiamo investito soltanto tempo e impegno.

Abbiamo sacrificato anche una parte significativa della nostra quotidianità.

A quel punto fallire non significa soltanto non aver superato una prova.

Può sembrare che tutte quelle rinunce siano state inutili.

Impegnarsi non significa smettere di vivere

Prendere sul serio un obiettivo richiede disciplina.

Ci sono periodi nei quali è necessario rinunciare a qualcosa, organizzare meglio il proprio tempo e scegliere delle priorità.

Ma disciplina e privazione non sono la stessa cosa.

Se una persona ha studiato con concentrazione per cinque ore, uscire con un amico non cancella ciò che ha fatto.

Una cena non annulla settimane di preparazione.

Una giornata di pausa non significa non desiderare abbastanza il risultato.

Anzi, mantenere spazi che non ruotano intorno all’obiettivo può aiutare a ricordare qualcosa di importante: la nostra vita non coincide con la prova che stiamo preparando.

Un obiettivo dovrebbe occupare una parte significativa delle nostre energie quando è importante.

Non dovrebbe necessariamente occupare tutta la nostra identità.

Forse la domanda utile, allora, non è:

“Potrei fare ancora qualcosa in più?”

Perché quasi sempre la risposta sarà sì.

Potremmo studiare un’altra ora, rileggere un altro capitolo, rinunciare a un’altra serata.

La domanda potrebbe essere diversa:

“Quello che ho fatto oggi è sufficiente rispetto al programma che mi sono dato?”

Se la risposta è sì, fermarsi non significa mollare.

Significa riconoscere che anche il recupero, le relazioni e il piacere hanno diritto a uno spazio mentre stiamo costruendo qualcosa di importante.

Perché il valore del nostro impegno non si misura da quanta vita siamo stati capaci di sacrificare per raggiungere un obiettivo.

Si misura anche dalla capacità di perseguirlo senza smettere, nel frattempo, di vivere.

Immagine di GSXecutive

GSXecutive

Siamo ovunque!

Ti sei divertito a leggere questo post?
Allora non perderti i nostri social, dove troverai tanti altri contenuti interessanti, divertenti e originali. Seguici su Linkedin, Instagram e YouTube e scopri il nostro mondo. Non te ne pentirai!

Articoli Recenti

Seguici su Facebook

Chi siamo?